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DeVos all'Istruzione, decisivo il voto di Pence ·Terrorismo, scontro con i media: "Trump mente" · Schiaffo dello Yemen, stop ai raid Usa

"Muslim ban", la corte federale d'Appello: "Decideremo il prima possibile"

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Udienza a San Francisco. Sentiti i legali degli Stati di Washington e del Minnesota che hanno "sospeso" il provvedimento restrittivo della Casa Bianca nei confronti di sette nazioni islamiche: "Discrimina per religione e provoca danni economici elevatissimi". Ascoltate anche le tesi della difesa del Dipartimento di Stato: "Lo stop provvisorio ai visti è per la sicurezza nazionale". Lo Yemen blocca i raid Usa sul suo territorio contro i gruppi terroristici islamisti

"Muslim ban", la corte federale d'Appello: "Sul decreto Trump decideremo il prima possibile"

"Prenderemo una decisione il prima possibile": così i giudici della Corte d'appello federale di San Francisco hanno chiuso l'udienza sul bando sui musulmani varato da Donald Trump. Il legale dell'accusa ha concluso affermando che il presidente degli Stati Uniti non ha agito in accordo con il Congresso, mentre l'avvocato del Dipartimento di Giustizia ha auspicato che la sentenza non dipenda da quanto scritto sui giornali. La decisione, secondo quanto si è appreso, dovrebbe comunque essere presa in settimana. La tesi dell'accusa. Il bando sui musulmani firmato da Donald Trump causa "danni irreparabili", ha detto il legale che rappresenta gli stati di Washington e del Minnesota davanti alla corte d'appello di san Francisco. "Famiglie sono state separate, a residenti da tanto tempo negli Usa è stato impedito di viaggiare. C'è anche una perdita sul fronte delle entrate fiscali", ha spiegato il legale. "Il vero intento dietro al bando voluto da Donald Trump è la discriminazione contro i musulmani. E' stato fatto per favorire un gruppo religioso sull'altro". La tesi della difesa. "Uno stato non ha il diritto costituzionale di sfidare un divieto come quello varato dal presidente Donald Trump. Che non è un bando verso i musulmani ma un provvedimento per la sicurezza nazionale": così si è difeso invece il legale del Dipartimento di giustizia americano davanti ai giudici della corte federale d'appello. Il riferimento è allo stato di Washington e a quello del Minnesota che hanno impugnato il divieto, determinandone al momento la sospensione. L'udienza in diretta tv e sul Web. Il collegamento dei legali delle parti in causa con i tre magistrati (due di nomina democratica, uno scelto da Geroge W. Bush) è telefonico. Un aspetto che contribuisce a rendere ancor più drammatica l'udienza, con l'audio trasmesso in diretta tv e sul web e seguito da milioni di persone. Il futuro di molte di loro, anche nell'immediato, dipende dalla decisione della corte. Decisione che arriverà "il prima possibile", assicura Michelle Friedland, nominata da Barack Obama e che svolge il ruolo di presidente. August Flentje, avvocato del Dipartimento di giustizia, e Noah Purcell, rappresentante degli stati che hanno impugnato il bando di Trump (Washington e Minnesota) hanno avuto 30 minuti ognuno per esporre i loro argomenti, incalzati dalle domande delle toghe. "Il presidente Trump è stato motivato esclusivamente dall'esistenza di un rischio reale", ha detto il primo, argomentando come i sette Paesi a maggioranza musulmana interessati dall'ordine esecutivo "pongono una seria minaccia dal punto di vista del terrorismo". Ha quindi fatto l'esempio del gruppo terroristico al-Shabaab che ha le sue basi in Somalia. E di fronte alle osservazioni dei magistrati ha ribadito con forza come "il presidente degli Stati Uniti ha l'autorità per sospendere l'ingresso di stranieri nel Paese nell'interesse della sicurezza nazionale". Per questo il bando - la momento 'congelatò - deve essere ripristinato immediatamente: "La sentenza non deve essere influenzata da quello che scrivono i giornali". Di parere opposto il legale dell'accusa, per il quale quello che in realtà il governo chiede alla corte è "di abdicare al suo ruolo". Per Purcell non solo "dietro il bando c'è l'intenzione di penalizzare una religione", ma la sua attuazione ha provocato e potrà provocare "danni irreparabili": "Famiglie separate, residenti da tanto tempo negli Usa a cui è impedito di viaggiare, e anche perdite sul fronte delle entrate fiscali". Ora l'ultima parola ai tre giudici che entro la settimana dovranno decidere se confermare o meno la sospensione del decreto. Con le parti che dopo la sentenza potranno ricorrere alla Corte suprema. Oltre la metà degli americani contrari al muslim ban. Oltre la metà degli americani è contraria al bando sugli immigrati in Usa provenienti da 7 Paesi a maggioranza islamica, varato dal presidente Donald Trump lo scorso 27 gennaio. Lo rivela un sondaggio della Quinnipiac University, segnalando che il 51% si oppone al bando, il 46% è favorevole e il 3% è incerto. E lo stop di 120 giorni per i rifugiati provenienti dalla Siria appare ancora meno popolare: è malvisto dal 60% della popolazione, con il 37% di favorevoli e il 3% di incerti. Il 70% degli intervistati si dichiara inoltre contrario al blocco definitivo dei rifugiati siriani in Usa mentre solo il 26% è favorevole. Yemen: stop alle missioni antiterrorismo Usa sul proprio territorio. Schiaffo dello Yemen all'amministrazione Trump: il governo ha ritirato agli Stati Uniti il permesso per compiere missioni antiterrorismo nel Paese impiegando sul terreno truppe delle forze speciali. Lo riporta il New York Times, secondo cui la decisione è una razione al raid ordinato il mese scorso dalla Casa Bianca in cui sono rimasti uccisi alcuni civili, tra cui bambini. Nella operazione è morto anche un navy seal. Lo Yemen è anche uno dei sette paesi colpiti dal bando sui musulmani del presidente Usa. Nonostante diverse immagini, alcune delle quali orribili, che mostrano i bambini uccisi durante il primo raid dell'era Trump, la Casa Bianca ha continuato in questi giorni a parlare di un "successo". Ora la decisione delle autorità yemenite rappresenta un deciso passo indietro per la strategia del nuovo presidente Usa, che è quella di un'azione più aggressiva nei confronti dei gruppi del terrorismo islamico come l'Isis e al-Qaida. Uno degli aspetti da chiarire - ricorda il Nyt - è poi capire se il Pentagono abbia ricevuto da Trump maggiore autonomia nel selezionare e compiere le sue missioni antiterrorismo. Una richiesta che durante l'amministrazione Obama era stata più volte respinta dalla Casa Bianca. Mentre Trump ha più volte sostenuto la necessità di dare di più carta bianca a Pentagono ed esercito Richiesta password di accesso ai social network per ottenere il visto Nuovo ostacolo ai richiedenti un visto per gli Stati Uniti che provengono dai 7 Paesi prevalentemente musulmani (Sudan, Siria, Iraq, Iran, Somalia, Yemen e Libia) sottoposti già al cosidetto 'Muslim Ban', il divieto temporaneo di ingresso in America, da oggi sub judice presso la Corte Federale d'Appello di San Francisco. Le ambasciate Usa potranno chiedere a quanti presentano domanda tutte le password di tutti loro profili sui diversi social network da Facebook a Twitter, Instagram, per effettuare controlli più approfonditi sul loro passato. Lo ha annunciato il ministro per la Sicurezza Interna (Homeland Security) John Kelly, spiegando che l'iniziativa fa parte della direttiva generale impartita dal presidente Donald Trump di effettuare verifiche più approdondite sulle persone che vogliono venire in America e che potrebbero rappresentare una minaccia. Via libera all'oleodotto Dakota Access. I tecnici del Genio dell'esercito Usa hanno dato il loro via libera finale alla realizzazione dell'oleodotto Dakota Access, che collega i giacimenti di Bakken di shale oil, nel North Dakota, con il centro di stoccaggio di Patoka, in Illinois e da qui porterà il greggio alle raffinerie sulle coste del Golfo del Messico. Quest'ultimo oleodotto passa vicino a territori considerati sacri da alcune tribù indiane ed aveva innescato violente proteste. L'ultimo aspetto era il passaggio sotto il lago Oahe, un riserva parte del fiume Missouri. Il progetto ha un valore da 3,8 miliardi ed è lungo 1.872 km ed era insieme al Keystone Xl dal Canada, bloccato da Barack Obama e sbloccato dal presidente Donald Trump. Nominata segretario all'Istruzione. Betsy DeVos ce l'ha fatta: il Senato degli Stati Uniti ha confermato ieri la sua nomina a segretario all'Istruzione con un voto sul filo determinato dall'irrituale intervento del vicepresidente Mike Pence. Sarà dunque la controversa paladina degli istituti religiosi e privati a scrivere la riforma della scuola di Trump: proponendo su scala nazionale quel sistema di voucher contributi pubblici alle famiglie che scelgono di mandare i figli in scuole private - che per anni ha tentato di introdurre senza fortuna nel suo Michigan. Elizabeth DeVos, 59 anni, è stata fin dall'inizio la più controversa nomina del gabinetto politico di Trump. Figlia, moglie e sorella di miliardari, appartiene ad una famiglia conservatrice e fautrice del creazionismo come alternativa al darwinismo, sostiene il diritto a portare armi anche a scuola ("Possono sempre servire a difendersi dai Grizzly" ha detto durante la sua recente audizione al Senato facendo amaramente sorridere l'aula) e ha finanziato terapie anti gay. Una figura talmente estremista da essere riuscita a dividere perfino la solida maggioranza repubblicana. Ai 48 voti contro di lei dei democratici, si sono infatti aggiunti quelli di due repubblicane, Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell'Alaska che proprio non se la sono sentita di votare chi da anni propone di depotenziare la scuola pubblica in favore della privata.

08/02/17 08:20

repubblica

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