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Usa, 18 Stati in tribunale contro decreto anti immigrazione di Trump. Ricorso anche dei big di Silicon Valley

Usa, 18 Stati in tribunale contro decreto anti immigrazione di Trump. Ricorso anche dei big di Silicon Valley

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Da Apple a Facebook e Microsoft, un centinaio di compagnie hanno firmato il ricorso a una corte d'appello della California contro il decreto del presidente che blocca l'immigrazione da sette Paesi. "E' un gravissimo danno per le compagnie". Mancano Amazon e Tesla. Contro il bando anche stati come New York e la California. Oggi l'udienza della Corte federale d'Appello di San Francisco

Usa, 18 Stati in tribunale contro decreto anti immigrazione di Trump. Ricorso anche dei big di Silicon Valley

Sedici Stati Usa - tra cui quello di New York e la California - hanno presentato presso la corte di appello di San Francisco un documento in cui si schierano contro il bando sui musulmani di Donald Trump e a favore della causa intentata dagli Stati di Washington e del Minnesota. La corte federale di appello di San Francisco ha convocato per oggi un'udienza per affrontare la questione del bando Trump sull'ingresso dei musulmani in Usa. Saranno ascoltati i legali del Dipartimento di giustizia e quelli degli stati di Washington e del Minnesota che hanno intentato la causa contro il divieto. La decisione della corte è arrivata dopo che l'amministrazione ha presentato ai giudici una memoria difensiva sul controverso decreto. Il dipartimento di Giustizia americano chiede alla Corte federale di appello di ripristinare immediatamente il bando sui musulmani varato dal presidente Donald Trump. "Da ciò dipende la sicurezza nazionale", si legge nella memoria inviata ai giudici. Il decreto - si sottolinea ancora - "è legale e rientra nell'esercizio dei poteri del presidente per quel che riguarda sia l'ingresso di stranieri negli Usa sia l'ammissione dei rifugiati". Si allarga quindi il fronte contrario al blocco dell'immigrazione per i cittadini di sette Paesi musulmani, nel quale si erano già apertamente schierate le grandi compagnie della Silicon Valley. Da Facebook a Microsoft, da Apple a Google, i giganti della new economy hanno presentato ieri una azione legale per opporsi al bando di Trump contro Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Yemen e Siria. La memoria che definisce "illegale" l'ordine esecutivo è stata presentata alla corte d'Appello locale della California ed è firmata in tutto da 97 aziende della Silicon Valley, dove circa il 37 per cento degli addetti nelle aziende sono stranieri. Il decreto presidenziale, già bloccato da un giudice federale dello stato di Washington diventato bersaglio degli strali del presidente, stabilisce che i cittadini delle sette nazioni nel mirino non potranno entrare negli Stati Uniti per 90 giorni, in attesa che il nuovo governo decida quali informazioni sulla persona sia necessario raccogliere prima di consentirne l'ingresso negli Usa. L'azione intrapresa dalle 97 aziende è un sostegno formale all'azione legale avviata dallo Stato di Washington. Cinquantatré pagine nelle quali vengono descritte le conseguenze che il decreto anti-immigrati di Trump può produrre. Un impatto devastante, secondo i sostenitori dell'appello, sul business degli Stati Uniti d'America. La preoccupazione delle compagnie, per le quali lavorano moltissimi immigrati con la Carta Verde, è che con il bando di Trump "numerosi detentori di visto di lavoro che lavorano con impegno negli Stati Uniti, contribuendo - scrivono - al successo del nostro Paese" possano avere difficoltà. Nel documento presentato alla corte d'Appello si legge che "l'ordine esecutivo di Trump è discriminatorio in base alla nazione di origine e alla religione" e che può essere molto dannoso per gli Stati Uniti e le compagnie che cercano nel mondo i migliori talenti da assumere. Notando che "gli immigrati o i loro figli hanno fondato più di 200 delle aziende della lista dei 500 di Fortune", il documento afferma che l'ordine di Trump "rappresenta un allontanamento significativo dai principi di equità e prevedibilità che hanno governato il sistema di immigrazione degli Stati Uniti per più di cinquant'anni. "L'ordine esecutivo controverso "causa anche un danno significativo sul business americano, l'innovazione e lo sviluppo".  Nella lista ci sono, per citarne alcuni, giganti dei computer e del web come Apple, Microsoft, Intel, Netgear, Dropbox, Google e Mozilla, nella lista figurano social che insieme raccolgono miliardi di utenti: Facebook, Twitter, Linkedin, Foursquare, Reddit, Pinterest, Snap e Meetup. Le piattaforme di crowfounding Kickstarter e Indiegogo. Lo sterminato mercato online ebay e il suo sistema di pagamento Paypal. E poi ancora: il portale per cercare alloggi in tutto il mondo Airbnb, l'aggregatore di notizie Flipboard, l'azienda di fotocamere indossabili Gopro, la società di servizi finanziari Square, la Wikimedia Foundation che ha tra i suoi prodotti di punta l'enciclopedia Wikipedia, il servizio musicale in streaming Spotify e quello in video Netflix, la società specializzata in videogiochi Zynga, fino al più antico marchio di jeans del mondo: quelli creati nel 1853 dall'imprenditore e immigrato tedesco Levi Strauss. Che non è l'unico "straniero" illustre che figura nella lista delle aziende firmatarie. Basti ricordare, solo per fare un esempio, che il padre di Steve Jobs (Apple) era siriano e Sergey Brin (Google) è russo. Ma a parte i nomi di punta, tutta la storia della Silicon Valley (e non solo) è costellata dall'apporto, piccolo o grande, di immigrati provenienti da tutto il mondo.   All'interno di questo panorama colpisce l'assenza di Amazon nell'elenco dei 97 firmatari. Jeff Bezos (nato a Cuba ed emigrato a 15 anni negli Usa), boss del colosso dell'eCommerce e proprietario del Washington Post, in una email inviata ai suoi dipendenti qualche giorno fa, ha condannato fortemente il Muslim ban, mettendo a disposizione dei dipendenti colpiti dal decreto "tutte le risorse di Amazon". Elon Musk, fondatore di Tesla e creatore di Space X, dal canto suo, pur facendo parte dei consulenti del presidente Trump per l'economia e la tecnologia, ha sottolineato con una nota la sua contrarietà al decreto anti-immigrazione, unendosi virtualmente alle altre aziende tecnologiche americane che hanno promosso un'azione legale contro il muslim ban. Ha però aggiunto che ne discuterà direttamente con Trump.   Ma è l'assenza di Tesla, in realtà, a fare più rumore, perché proprio il Ceo, Elon Musk (sudafricano naturalizzato statunitense), fa parte del comitato consultivo nominato da Trump. Lo stesso comitato da cui, nei giorni scorsi, si è dimesso Travis Kalanick, Ceo di Uber, dopo l'ondata di polemiche e proteste che aveva investito la sua società a seguito del decreto anti immigrati.

07/02/17 10:20

repubblica

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