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Le mille vite di John Hanke, il creatore di Pokémon Go:

Le mille vite di John Hanke, il creatore di Pokémon Go: "Il futuro è degli ologrammi"

tecnologia

Di origini italiane, 49 anni, è nato e cresciuto in un paesino sperduto del Texas. Ha passato quattro anni in Myanmar (Birmania), per poi fondare quattro compagnie diverse, diventare vice presidente di Google, dimettersi e lanciarsi in un'avventura che nessuno pesava sarebbe stata così di successo. Ora punta su una nuova tecnologia. E si racconta così

Le mille vite di John Hanke, il creatore di Pokémon Go: "Il futuro è degli ologrammi"

ROMA. Non è mai stato fermo in tutta la sua vita. Esclusa l’infanzia passata a Cross Plains, un puntino perso nel Texas da meno di mille persone. John Hanke, fondatore della californiana Niantic, è il “padre” di Pokémon Go, l’unico che è riuscito a invadere il mondo con creature digitali. I ferri del mestiere, il programmare, li ha appresi al liceo del suo paese dal quale poi è scappato. Schivo, poche le interviste rilasciate, ha lavorato nel Foreign Service passando quattro anni in Myanmar. Ma è stato anche vice presidente di Google. Meridian 59, il primo gioco di ruolo online in grafica tridimensionale, è opera sua. Come Google Earth del resto. Non ha mai smesso di correre. Eppure della sua città natale Hanke, che oggi ha 49 anni e si prepara a trasformare i Pokémon in ologrammi, conserva una cosa: il manifesto di Conan il barbaro. "Un poster a grandezza naturale che ora ho a casa", racconta lui. "Robert Howard, lo scrittore che ha inventato la saga, è vissuto e morto a Cross Plains. C'è un museo che i miei genitori hanno aiutato a mettere in piedi dedicato a lui. Mia madre fa ancora le visite guidate. Non amo particolarmente Conan, ma la storia di Howard si: lo prendevano per pazzo per le sue idee. Durante la grande depressione fu l'unico però a Cross Plains a riuscire a pagare le tasse grazie ai suoi racconti". Lei però se ne è andato da lì. E ora ha invaso il mondo con creature digitali d’origine giapponese. Con effetti positivi e negativi. “Questo è un nuovo genere. Come tutte le cose nuove possono creare problemi e vanno perfezionate. Ma quel che raramente si dice è che tanti sindaci ci chiedono di aiutarli a sfruttare meglio lo spazio pubblico delle loro città. Grazie alla nostra app sono stati percorsi quatto miliardi e mezzo di chilometri. Quale altro gioco è arrivato a tanto?” Quanti persone giocano a Pokémon Go oggi? “Non abbiamo mai rivelato questi numeri. A settembre Pokémon Go ha superato il mezzo miliardo di download. Certo, il picco c’è stato fra luglio e settembre. Ma ancora oggi ci giocano davvero in tanti”. Domanda inevitabile: ve lo aspettavate un successo del genere? “No. In 48 ore erano abbiamo raggiunto la popolarità che prevedevamo avremmo avuto in quattro anni”. E pensare che lei, dopo gli studi a Austin, ha passato quattro anni in Myanmar che un tempo veniva chiamata Birmania. "Già. Entrai nel Foreign Service perché volevo vedere il mondo. Posti esotici come Tokyo, Parigi o Roma. Mi mandarono invece a Rangoon. Per fuggire dall'isolamento del Texas rurale, finii nell'isolamento rurale della Birmania. Pensai: “mio Dio, ho attraversato il mondo per finire in un posto che è identico a casa mia”. Poi mi sposai e con mia moglie decidemmo di rientrare negli Stati Uniti. E io tornai alla tecnologia". E ai videogame che aveva imparato a programmare al liceo. "Ai tempi del rientro negli Usa c’erano i giochi online testuali e c'erano i nuovi "sparatutto" alla Doom uscito poco prima. Con altri due fondai la Archetype Interactive e unimmo del due cose. Nacque Meridian 59 nel 1995, il primo nel suo genere. Lo creammo perché era il gioco al quale volevamo giocare. Vendemmo l'azienda alla 3DO (per 5 milioni di dollari, ndr.) e ne fondammo un'altra, la The Big Network, che permetteva di giocare direttamente a scacchi o a dama da browser. Vendemmo anche quella (per 17.1 milioni, ndr.)”. Poi ha cambiato genere passando alle mappe satellitari. “I videogame hanno il difetto che a volte non arricchiscono le persone. Capita di non sentirsi a posto con se stessi dopo averci giocato. Volevo inventare qualcosa che fosse divertente ma anche utile. Uno strumento che aiutasse a scoprire il mondo. Kayhole (poi comprata da Google nel 2004 per 35 milioni, ndr.) aveva questo scopo. Ed è da lì che è nata Google Earth”. Dopo esser diventato vice presidente, gestendo fra l’altro la divisione di Google Maps, ha mollato tutto. Perché? In pochi lo avrebbero fatto. “Se facessi quel che fanno gli altri sarei diventato un contadino a Cross Plains. Non bisogna restare troppo in situazioni consolidate, comode. Il mio gruppo a Google era all’inizio di trenta persone. Nel 2010 eravamo oltre quattro o cinquemila. Ero un manager: promozioni, valutazioni, gestione. Avevo bisogno di un cambiamento”. Come hanno reagito Larry Page del Sergey Brin, i due fondatori di Google? “In qualche modo se l’aspettavano. In tanti stavano lasciando Google per fondare la propria compagnia. Trovammo un punto di mediazione: fondai Niantic dentro Google”. Niantic è una nave.   “Una nave che salpò dalla costa est verso San Francisco durante la corsa all’oro. Giunta a destinazione divenne poi una sorta di casa, come altre navi del genere che una volta raggiunta la meta venivano riadattate magari a ostello, prigione, ristorante. Mentre si scavava per le fondamenta di un grattacielo nel centro di San Francisco qualche anno fa. L’idea di andare in giro per il mondo a scoprire luoghi e storie dimenticate mi piaceva. Di qui il nome”. Dopo Field Trip, il gioco Ingress che è una sorta di prova generale per Pokémon Go, vi eravate lanciati in un progetto, Endgame, con lo scrittore James Frey per creare una sorta di gigantesca caccia al tesoro partendo dal suo romanzo. Ma vi siete fermati. “Nel 2015, quando nacque Alphabet, decidemmo di uscire. Non eravamo un gruppo abbastanza grande da essere una divisione indipendente e la nuova organizzazione ci avrebbe fatto rientrare sotto qualcun altro. Metà del nostro team decise però di restare. Endgame fu messo da parte”. Pokémon. Come ci siete arrivati? “Subito dopo Ingress. Cercavamo qualcosa per il prossimo gioco e Pokémon ci sembrava perfetto per la realtà aumentata: vai in giro per il mondo, un mondo realistico, dove però si nascondono creature fantastiche. A Google Maps avevano lavorato con la Pokémon Company, trovammo il contatto, organizzammo un appuntamento”. Un accordo con la Pokémon Company, così gelosa del suo brand, non deve essere stato facile da raggiungere. “In realtà ci siamo trovati d’accordo alla prima riunione. Conoscevano Ingress, la moglie del loro Ceo ci aveva giocato. Sapevano chi eravamo e cosa avevamo fatto. Gli piacque l’idea. E’ stata una di quelle riunioni dove, quasi subito, è diventato chiaro che avremmo lavorato assieme. Era il destino”.   E ora? “Abbiamo appena iniziato. Il gioco attuale contiene solo una frazione delle idee che abbiamo. Nel mondo dei dispositivi mobili stanno succedendo cose interessanti. Google e Lenovo hanno appena realizzato un nuovo smartphone, Tango, che ha un sistema per la realtà molto potente. E poi Microsoft con Hololens e la “mixed reality” e la tecnologia della Magic Leap”. Già, gli occhiali capaci di creare ologrammi. Tecnologia così convincente da attirare oltre quattro miliardi di dollari di investimenti fra Google, Alibaba, Jp Morgan, Qualcomm fra gli altri. “Non posso parlarne. Solo dire che è molto, molto interessante. Ma ben prima di Magic Leap, Pokémon Go avrà i suoi eventi in giro per il mondo. Anche in Italia. Pensi: una parte della mia famiglia viene proprio dalle vostre coste”.     

07/02/17 06:21

repubblica

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