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Altro che far west, il web ha le sue leggi: anche un

Altro che far west, il web ha le sue leggi: anche un "like" può costare una condanna

tecnologia

Dai social network al cloud computing, la giurisprudenza si adegua alle tecnologie. Un manuale firmato da Ruben Razzante aiuta ad orientarsi tra norme, sentenze e procedure legali. Per scoprire il tribunale a cui rivolgersi se ci si sente diffamati o il comportamento da tenere con i commenti anonimi

Altro che far west, il web ha le sue leggi: anche un "like" può costare una condanna

SI FA presto a dire blog. Ma poi chi è responsabile per offese e ingiurie che dovessero apparire nei commenti? E quand'è che il sito personale diventa una testata con l'obbligo di registrazione in tribunale? E su Facebook, invece, si può davvero scrivere tutto liberamente? Si può essere sicuri che persino un "mi piace" cliccato sotto ad un commento o ad un link non avrà ripercussioni legali? Nulla, in realtà, è scontato nei gesti che il web ha reso familiari. E non è vero nemmeno che la rete sia un far west senza regole né tutori della legge. Se n'è accorto, a sue spese, un agente penitenziario che nel marzo 2016 si è visto infliggere dal Tar regionale la sospensione di un mese dal lavoro per aver messo un 'like' su Facebook sotto ad un commento di un altro utente che stigmatizzava il comportamento dell'amministrazione penitenziaria alla luce di un suicidio avvenuto in cella. Secondo i giudici, quel gesto di approvazione social comporta un “danno d'immagine” e quindi “assume rilevanza disciplinare”. Facile immaginare, quindi, quanto siano potenzialmente pericolosi per la reputazione delle persone chiamate in causa e per la fedina penale di chi li scrive gli sfoghi irosi che appaiono nei post o nei commenti sul web. Anche nei blog, dove, ad esempio, se si decide di consentire l'anonimato ai frequentatori del proprio pianerottolo digitale si rischia di risponderne in prima persona. E su questo è intervenuta addirittura la Corte europea dei diritti dell'uomo con una sentenza che risale già al 2013 e che ha segnato una rotta. C'è un inventario di casi significativi e illuminanti che si scopre scorrendo le pagine del 'Manuale di diritto dell'informazione e della comunicazione' firmato da Ruben Razzante e pubblicato da Wolters Kluwer. Un lavoro iniziato quindici anni fa e portato avanti fino alla settima edizione apparsa nel 2016. Razzante, docente all'Università Cattolica di Milano, mette insieme in 650 pagine – quaranta delle quali dedicate a bibliografia e sitografia – i fondamenti giuridici e deontologici per chi si occupa di comunicazione, aggiungendo in appendice una panoramica sulle ultime frontiere dell'innovazione e sulle problematiche che esse pongono a livello di tutela di diritti: dalla questione della privacy minacciata dal cloud computing, che porta ad affidare documenti riservati ad una struttura gestita da estranei, fino alle intrusioni dell'Internet of things, l'internet delle cose, che pervade ogni ambito della vita domestica e personale raccogliendo dati e regolando ritmi e flussi dell'esistenza. Elementi di quotidianità nella società iperconessa che escono dall'ordinarietà quando ci si trova a dover gestire una controversia. Ed è in quel momento che si rischia di sentirsi disorientati. Chi si sente vittima di diffamazione per i contenuti di un sito internet, ad esempio, a quale tribunale si deve rivolgere? La competenza è del foro nel quale vive la persona offesa o di quello nel quale si trova il server che ospita le pagine virtuali? E se questo si trova all'estero? A scorrere casistiche e sentenze citate da Razzante sembra chiaro che anche la giurisprudenza, in realtà, si stia trovando a rincorrere la tecnologia e le questioni sempre nuove che essa pone. Un mondo nel quale il diritto è “dinamico e inacciuffabile” e in cui le regole “vanno fatalmente scritte a partita già incominciata, una partita giocata a ritmi elevatissimi”, come sottolinea il direttore generale della Rai Antonio Campo dell'Orto, nella prefazione della settima edizione del manuale. Un mondo nel quale, comunque, il buon senso potrebbe già suggerire che qualche esternazione, anche se creativa, è assolutamente da evitare. Come quella che ha portato un uomo a caricare su YouTube una videorubrica dal titolo “Faccia da schiaffi”, per esporre al pubblico ludibrio il responsabile del mancato pagamento di una fattura. La quinta sezione penale della Corte di Cassazione, riporta Razzante, lo ha condannato per diffamazione. Ma questo, forse, era facile da profetizzare.

08/02/17 05:21

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